[NOTA DEL TEAM “IMMAGINA”: di seguito riportiamo l’elaborato finale di Monica Porcu del Corso di Scrittura Urbana tenutosi online, in collaborazione con il Blog di Letteratura di Viaggio Blasco da Mompracem, tra Gennaio e Febbraio 2021 a cura dello scrittore e sociologo Roberto Sassi. Il racconto è ambientato a Cagliari, città dove vive l’autrice]

VERSO UNA CITTA’

[Testo e fotografie di Monica Porcu]

Sul ponte sventola bandiera bianca.

Sembrava di vederla la puntina che saltava sul vinile consumato dagli anni Ottanta: il ritornello incalzava senza controllo. Eppure veniva sporcato dalle voci ammassate che riempivano quel piazzale sconfinato. Come se una nebbia violenta si poggiasse senza avvisare sui figli delle stelle. Era lo sfondo sbiadito del viaggio in città, alla fiera di Cagliari. Era il viaggio dei sardi di provincia verso una Cagliari di cartapesta.

Verso una città senza testa

Era un pomeriggio di maggio e il sole si spalmava sulle ruote dei trattori, che erano più alte di Elisa e incorniciavano una radura di asfalto e bancarelle. L’odore di cipolle fritte nell’olio vecchio si mischiava agli incensi sgraziati dei padiglioni internazionali. La gente si radunava lì alla ricerca di promozioni, non per fare due chiacchiere.

Verso una città senza cuore

Gli sguardi incrociati fra uno stand e l’altro non raccontano di unioni tra indigeni. E i pesci rossi già ansimavano, benché ancora ignari delle centinaia di chilometri che avrebbero dovuto affrontare per arrivare – forse vivi – nelle loro nuove case. A casa di Elisa, per esempio.

Verso una città senz’anima

I clacson stonati davanti ai parcheggi impazziti; i capannelli di casalinghe eccitate davanti alle urla di venditori “del continente” che culminavano con l’acquisto di pelapatate destinati a rimanere inutilizzati; le file di settenni come Elisa davanti al brucomela, apice di una felicità perfetta.

Trent’anni dopo

Elisa continua ad ascoltare Bandiera bianca e ora rincorre anche il sintomatico mistero. Ha smesso di fare i viaggi a Cagliari. Ha iniziato a viverci da poco. È una domenica di gennaio, il cielo concede una coltre di caldo che si infila sottopelle: lo strato che mancava per conoscere da vicino un pezzo di quella città. Elisa esce di casa in punta di piedi, sognando di essere invisibile, col desiderio di percepire piano i battiti pigri di Castello.

«Ma quindi questo è un castello?», chiede una specie di adone alla sua giovane compagna di viaggio. «No, è un quartiere storico di Cagliari che si chiama così, Castello», risponde lei. I due tengono gli occhi spalancati, fissi sulla torre dell’Elefante e in lontananza la voce metallica di un altoparlante racconta di vie lunghe e strette, di vicoli e scalette ai turisti di un trenino rosso. E in via santa Croce, tutto attorno, c’è il brusio di sorrisi da vacanza, lo stridio di gabbiani mattinieri, il fracasso dei vetri da bar che si frantumano nel fondo del cassonetto.

Il bianco di Castello acceca. Come paillette che esplodono all’improvviso in una notte di buio pesto. E i due giovani si immergono in quell’esplosione candida. Vogliono che arrivi sino alla pancia per poi tenersela dentro, vibrazione dopo vibrazione, ricordo dopo ricordo. Il vociare degli ospiti della città segue il percorso latteo: torri, cattedrale, bastioni. Il candore si espande nella brezza: quella luce è una mappa che Elisa sta imparando a leggere.

Per un attimo pensa di inseguire quei pezzi di conversazione genuini. Invece continua a camminare nelle strade nitide, immersa in un reticolo di incroci e vite pronti a farsi attraversare. È mezzogiorno e nel sud dell’isola le finestre possono restare aperte anche all’inizio dell’anno. È una sinfonia di telegiornali gracchianti, posate e mestoli che si scontrano, telefonate quasi strillate sul davanzale, come se quelle confidenze potessero giungere direttamente in Africa. I raggi che arrivano sino alle vene spariscono all’ombra delle viuzze. Al civico 7 della salita che porta in piazza Carlo Alberto c’è un silenzio dolciastro, forse persino troppo rassicurante. È il respiro delle piante succulente, grasse più nel nome che nello spirito. Qualcuno deve aver provato a profanare quella striscia di calma verde: Settimo comandamento: non rubare. Sono caratteri neri, maiuscoli e distanziati tanto da riempire un foglio A4 che, protetto da una custodia di plastica, rimbomba sul muro già maciullato nel ‘43 durante la guerra.


In via La Marmora è un cigolio di gomme che stridono sui lastroni irregolari. Ma basta uno scooter con due caschi a seminare il piacere anche nel catrame. «Voleremo viaaa», lo stanno gridando assieme, così forte che la magia della donna cannone sembra impigliarsi tra le lenzuola leggere, stese nei fili del palazzo che una volta doveva essere stato arancio. Eccola, la sua piazza preferita. Si sta preparando un pomeriggio umido e morbido. Di quei pomeriggi che vorresti goderti senza limiti. Elisa si siede dietro san Francesco, sugli scalini che finiscono in via Canelles.


Una tenda di lino fluttua tra la vetrata semiaperta e l’intonaco sgualcito di un terrazzino.

Un sassofono languido si infila piano nella piazza.

Una signora al secondo piano del palazzo bisbiglia qualcosa a due cocorite celesti.

Un assolo di piano abbraccia con garbo la ballata del sax.

Due uomini di mezza età discutono in un casteddaio verace.

Quel jazz puro culla l’anima più sensuale della piazza.

Quelle esistenze, tra panchine e davanzali, sono la poesia più intima della città.


Le dichiarazioni a volte non hanno bisogno di gesti plateali. E i matrimoni d’amore sono fatti di testa, cuore e anima.

Prima di tornare a casa Elisa passa al Pablo, prende un caffè amaro al banco. Poi si ferma ad ascoltare il mare, da lontano.

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